Il ritorno alla Biblioteca Civica “Vincenzo Bindi” delle memorie” di Gaetano Braga
Sono rientrati a fare parte del prezioso patrimonio bibliografico, epistolare e/o epistolografico della Biblioteca Civica “Vincenzo Bindi” il volume “Ultime Memorie di Mia Vita” (esattamente dal 14 Agosto 1905 al 4 Aprile 1906, un anno prima della morte) ed altro materiale manoscritto - fra quaderni, diari, partiture musicali - dell’archivio privato del celebre violoncellista giuliese Gaetano Braga.
Sicuramente e felicemente accurata, l’opera di restauro conservativo si deve all’Archivio di Stato per l’Abruzzo e Molise di Pescara, sotto la direzione del sensibile e solerte Dott. Giovanni Antonio Fiorilli, di recente passato alla responsabilità dell’Archivio di Stato in Pescara.
Il lavoro è stato compiuto dalla Ditta “G. Di Giacomo & Figli snc”. Insieme con le “Memorie”, sono stati interessati dall’intervento restaurativo, affidato alla Sovraintendenza nell’aprile 1991, i seguenti testi:
- Quaderno “I volume delle lettere a mio nipote Gaetano Braga (il prediletto “Tanuccio”, padre della Signora Concetta Braga) di Francesco (29 Maggio 1898/16 Agosto 1998);
- Diari contenenti le ultime confessioni di Gaetano Braga (14 gennaio 1891 / 13 Ottobre 1893);
- Partitura “Ave Maria” in chiave di Sol per Soprano ed organo;
- Partitura “Marcia Giuliese” trascritta per Banda da Luigi Leoni;
- “I Tre Bouquets di Margherita” romanzata per canto, piano e violoncello - trascrizione della musica per violoncello -(12 Settembre 1880/Il Agosto 1882);
- Fascicolo “Ruy Blas”, melodramma tragico di Giovanni Peruzzini, musicato da Braga, 1865;
- Fascicoli dello spartito musicale manoscritto: 1° atto dell’opera “Ruy Blas”, 1865;
- Fascicolo con spartiti musicali manoscritti di Secondo, Terzo e Quarto Atto; parti della scena IV del Primo Atto e prima stesura del Secondo Atto, non presente nel libretto di Peruzzini, del medesimo “Ruy Blas”.
La riconsegna delle “Memorie”, oltre che del materiale di cui sopra rappresenta di certo un avvenimento di grande importanza per la nostra Istituzione Civica in quanto riapre un accesso diretto, documentario e testimoniale, nelle vicende e nei sentimenti dell’illustre artista durante gli ultimi anni della sua vita in quel di Milano.
Trattasi, comunque, di una raccolta di ricordi, suggestioni, considerazioni che le lunghissime cancellature e le frequenti autocorrezioni contribuiscono a svelarci tanto intensi quanto persino umorali.
Le 53 fotografie e cartoline accluse, rendono ancora maggiore giustizia dell’affiato nostalgico e del legame che, pur compromesso da maldicenze, pettegolezzi, e incomprensioni, il Braga avverti indissolubile con Giulianova.
Di particolare rilievo, in questo senso, la conservazione nel volume di due inserti, due lettere originali, forse mai finora pubblicate:
l’una, manoscritta, in data 13 Aprile 1884, inviata dal musicista dalla sua dimora parigina (35, Rue de Berri) al suo caro amico Luigi Leone, giovane Direttore del Concerto Musicale di Giulianova; l’altra, dattiloscritta, datata Campli 12 Settembre 1906, autografata dal nipote Umberto Braga, figlio del fratello del violoncellista, Giuseppe, anch’egli apprezzatissimo pianista. “Epistola enim non erubescit” (La lettera infatti non arrossisce) scrisse Cicerone all’amico Lucio Lucceio. E così possiamo rintracciare in queste due testimonianze dirette sia i sentimenti, tormentati, della indelebile “giuliesità” di Braga sia le ferite lasciate aperte nel suo animo da una fanciullezza difficile e dalle vicende dell’età matura, quella della gloria, che lo trascinarono infine a consegnare gli ultimi anni e le sue spoglie alla lontana Milano.
Nella prima lettera al “Carissimo Maestro Leoni”, Gaetano Braga esprime - con enfasi tenerissima e trasporto adolescenziale - la grandissima gioia per aver ricevuto a Parigi il gruppo della “nostra banda”, la Banda di Giulianova, nella quale “vari di quei bravi ragazzi, che ora sono uomini, han fatto parte della fondazione” scrive il musicista. “In quel gruppo - aggiunge - ci viddi la mia mamma, la mia famiglia, la mia casetta, la mia patria, la mia professione”.
Parole intrise di nostalgia che si arricchiscono di orgoglio, comprensione e al tempo stesso di autocritica quando, rivelandosi appieno figlio di Giulianova, assicura a Leoni sui giuliesi:” Abbiamo dei difetti, ma credete a me, un’altra cupola di San Flaviano non la troverete mai altrove”.
Toccanti le apprensioni per le condizioni di salute dell’adoratissima mamma, Splendora De Angelis, che sarebbe morta fra le sue braccia, un anno più tardi, nel 1885: “Addio mio caro Maestro, grazie della speranza che mi date per la mamma mia, ma purtroppo non ci credo”. E si sente preparato ormai “a qualunque terribile dolore”. “Perché fin da fanciullo - conclude sollevando il velo dei suoi tormenti per l’incomprensione con il suo “bello, delizioso, piccolo Paese”, come riporta Vincenzo Bindi in “Gaetano Braga, Dà Ricordi della sua Vita” - sto navigando nella merda (la sottolineatura si trova nel manoscritto ed è incisiva fonte, in questo caso, dello stato d’animo di Braga; ndr) e comprendo che non ne uscirò mai sino alla mia morte”.
A questa incomunicabilità, d’altro canto, si risale attraverso la lettura del dattiloscritto, secondo insetto nel quaderno delle ” Ultime memorie”, inviato a Braga dal nipote Umberto il quale si dichiara dispiaciuto per le accuse che gli sono state rivolte per aver scritto una lettera anonima al violoncellista evidentemente per un gioco di interessi: “Chi ben ricorda il carattere positivo del fu Giuseppe Braga, che assieme a voi fu Gloria e vanto degli Abruzzi, dovrebbe formarsi il convincimento dei sentimenti, non vili, incarnati nel nostro sangue. Ma le accuse, che, ingiustamente, mi lanciano i parenti - continua Umberto Braga - mirano ad uno scopo fisso, quale quello di maggiormente aizzarvi contro di noi poveri orfani abbandonati ai quali altro non restò, che gli occhi per piangere la cattiva stella che fatalmente s’imbattè sul cammin di nostra vita… Sappiano questi parenti che noi figli del fu Giuseppe non siamo avidi di possessioni e di ricchezze, e che mai in vita nostra (abbenchè la sorte non ci fu favorevole) siamo andati soggetti a chicchessia”.
Rivolto appassionatamente al “carissimo zio”, Umberto afferma: “Da parte mia, e dei fratelli riceverete sempre venerazione e stima, e preghiamo l’Altissimo che conservi la vostra vita preziosa all’arte, al nostro affetto, ed all’ammirazione di tutti. Pel rimanente sono sicuro che nessuno può imporsi alla volontà di un altro, specie di voi, arbitro ed assoluto padrone di fare e disfare a vostro beneplacito, senza bisogno di alcun consigliere”. Incurante di “delle mire maligne degli accusatori” e di ciò che avrebbero potuto dire della lettera a suo zio, conclude Umberto: “… solo vado orgoglioso di me stesso avendo adempiuto ad un dovere, cioè quello di aver dichiarato il mio modo di agire e di pensare, e ciò per debito di coscienza. Sicuro che godete ottima salute, e che ogni disturbo che vi affliggeva sia eliminato, vi bacio con rispetto la mano vos / affez / nipote (firma autografa) Umberto Braga fu Giuseppe”.
Quanto riportato ci conferma quel che Bindi scrive nel suo citato libro: come, per via delle varie vicende di famiglia e di parentato, memorie e manoscritti che il Braga affidò al nipote prediletto “Tanuccio”, “son passati per le mani di parecchi”, fino a disperdersi, vien da supporre, negli inaccessibili patrimoni privati. Il che rivela ulteriormente l’importanza della (ri)dotazione pubblica alla Biblioteca Civica del materiale manoscritto restaurato.
